Articoli di critica letteraria

Tra istanze celesti e terrene urgenze: due opere poco note di Alda Merini

(mio articolo tratto da “Il Fatto Teramano“, diretto da Maria Cristina Marroni)

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Dopo l’esordio del 1953 con la raccolta di liriche La presenza di Orfeo, per Alda Merini si apre un periodo denso di cambiamenti, sul piano personale e sul versante poetico.

Conosce Ettore Carniti, un uomo affascinante, passionale, concreto. Certamente diverso rispetto ai sofisticati intellettuali che la poetessa soleva frequentare, ma non per questo privo di valori. E’ un grande lavoratore, impegnato anche sul fronte sindacale.

Alda ed Ettore si sposano il 9 Agosto del 1954, dopo un brevissimo fidanzamento. Emergono problemi di carattere pratico: è il dopoguerra, i due, giovanissimi, devono sopravvivere.

Lui inizialmente lavora come operaio in un panificio, poi decide di mettersi in proprio, gestendo una rivenditoria nel centro di Milano; lei, nel novembre del ’55, diviene madre della prima figlia, Emanuela.

Nel medesimo anno viene a mancare il padre di Alda; la poetessa, investita dal peso di tutte queste novità, a soli ventiquattro anni, inizia a sperimentare il contrasto tra le istanze incoercibili dell’arte, e le necessità cogenti del quotidiano.

Cerca di aiutare il marito, di gestire la casa, di tenere al meglio la bimba; e nel contempo, scrive, senza sosta, caparbiamente, con una passione così forte e totalizzante da generare, sul piano poetico, due sillogi che escono nel medesimo anno, con due editori diversi: Nozze romane, pubblicato da Schwarz  e Paura di Dio, edito da Scheiwiller.

Ma, dopo l’accoglienza positiva degli esordi, queste due nuove raccolte di Alda Merini, stranamente, vengono ignorate dalla critica.

Gli ambienti ‘colti’ guardano con sufficienza ai due coniugi, entrambi non titolati dal punto di vista accademico; legati intimamente da un autentico e profondo amore, e al tempo stesso così diversi per inclinazioni e personalità.

Alda, pur essendo giovanissima, non è più la ‘bambina Merini’ elogiata da Pasolini, un’adolescente-prodigio che suscitava curiosità e tenerezza;  ora è sposa e madre, in un’epoca in cui il ruolo femminile è relegato a queste due uniche dimensioni, mentre la realtà della scrittura e dell’arte è considerata appannaggio tipicamente maschile.

Eppure è proprio in queste due raccolte poetiche che si trovano straordinarie intuizioni liriche, sorrette da una potenza espressiva già pienamente paritaria, se non forse anche superiore, rispetto alle opere maggiori.

Le sillogi sono entrambe pervase, infatti, da un’accuratezza formale impeccabile, in cui la libertà dei versi sciolti da vincoli metrici si unisce splendidamente a una ricercata preziosità lessicale, che non è mai leziosa, ma sempre, puntualmente, incisiva. Nelle ventidue liriche de Nozze romane compaiono misticismo e carnalità, amore sponsale spogliato da ogni idealizzazione e al tempo stesso trasfigurato in un incoercibile anelito verso spazi infiniti: “Sì, questa sarà la nostra casa/ oggi arrivo a capirlo/ ma tu, uomo gaudente, chi sei?/ Ti misuro: una formula eterna./ Hai assunto un aspetto inesorabile.” Questi i versi iniziali della prima poesia che denomina e apre la raccolta, e che termina con una similitudine di rara efficacia: “Come una pietra che divide un corso/ un corso d’acqua giovane e irruente/ tu mi dividerai con incoscienza/ nelle braccia di un delta dolorose…”.

L’atto coniugale assurge alla dignità di sacrificio per così dire liturgico, e nel contempo è intriso di passione, diviene metafora viva di un amore che trascende l’umano e si fa tensione verso una celeste infinità.

Contemporaneamente, è sempre più che mai viva, in Alda, la coscienza della propria vocazione poetica, vista come una missione, inesplicabile e tremenda, ma irrinunciabile, come si evince dalla seconda lirica, Una Maddalena, dedicata a Salvatore Quasimodo: “sentii l’impegno che covavo dentro/ crescere, quasi a forza di missione./ Non ho altra virtù che di condurmi/ a prodigiose altezze di consenso/ e una stanchezza illimite mi prende/ se non mi adagio sopra un’altra forma…”.

Qui Alda esplicita il proprio demone, l’obbedienza assoluta al fare poetico, a produrre bellezza, segno tangibile ed effimero di una bellezza ineffabile ed eterna; nella quinta lirica, ad esempio, dichiara espressamente: “... E la bellezza non potrà cessare: / io non potrò dividere superbe/ grazie di tempo dalla confluente/ armonia della vita né i germogli/ cesseranno di crescere dal ceppo/ della mia aspettazione.”.

Il senso vivo della vocazione all’arte e alla bellezza non l’abbandona mai, anche se nella raccolta contemporanea a Nozze romane, Paura di Dio, sembra gettare uno sguardo anche all’abisso, alla terribile bellezza del divario tra la realtà umana e quella divina, inaccessibile e proprio per questo pervicacemente perseguita.

Dio è per Alda “Colui che ha due Volti: uno di luce/ pascolo delle anime beate/ ed uno fosco/ indefinito, dove son sommerse/ la gran parte dell’anime, cozzanti/ contro la persistente ombra nemica”, nella poesia che apre la raccolta, dal titolo emblematico Chi sei.

Qui la poetessa s’inserisce umilmente nel gregge delle anime in ricerca, senza mai presumere di ergersi a maestra, consapevole della propria fragilità, che è quella del mondo e di tutti gli uomini, “che vanno, in quelle tenebre/ protendendo le mani come ciechi…”, come ella stessa afferma nella conclusione.

Nei diciotto componimenti che costituiscono la raccolta, si mescolano desideri di pace e quiete a immagini di forte e concreta icasticità: nella terza lirica, Il testamento, accenna alla propria dipartita: “Se mai io scomparissi/ presa da morte snella/ costruite per me/ il più completo cantodella pace!” per poi concludere. “Io non fui originata/ ma balzai prepotente/ dalle trame del buio/ per allacciarmi a ogni confusione./ Se mai io scomparissi/ non lasciatemi sola;/ blanditemi come folle!”. La poetessa scrisse questi versi nel 1953, e vennero pubblicati dopo un paio d’anni.

E’ ancora lontano l’incubo dei ricoveri ospedalieri, ed è pienamente lecito pensare che, di fronte alle continue e pressanti richieste della realtà, la nobile ‘follia’ della creazione poetica sia stata per Alda tormento e nel contempo estasi, evasione dal mondo concreto e dalle sue coercitive istanze e, nel contempo, un modo consapevole, lucido e sapiente per cercare di attingere una speranza eterna e inattingibile.

Ilaria Celestini