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Recensione a “Chirurgia d’affetto” di Emanuela Carniti Merini

Recensione alla silloge “Chirurgia d’affetto” di Emanuela Carniti Merini

(Onirica Edizioni 2014)

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Una tra le questioni più oziose, nell’ambito della recensionistica letteraria, è, attualmente, l’identificazione della presunta erede di Alda Merini.

Tale questione, a prescindere dalle buone intenzioni, di fatto, fa torto sia all’inimitabile Alda, sia agli sventurati emuli, sia maschili sia femminili, che hanno pieno diritto a essere valutati per ciò che scrivono e che sono, senza venire penalizzati da un confronto privo di senso, dato che in letteratura ciascuno esiste per se stesso e non in funzione del rapporto con un altro autore, per quanto eccellente possa essere questi.

E’ dunque nella prospettiva di conoscere Emanuela e il suo mondo interiore che va letta questa complessa e peculiare silloge, evitando la facile lusinga di fare riferimento ad Alda, che pure compare, inevitabilmente sullo sfondo, ma come figura materna e non come poetessa.

A Emanuela, infatti, è toccata la sorte di essere la primogenita di Alda Merini ed Ettore Carniti, e di questo dato di realtà è umanamente impossibile non tener conto.

La coppia genitoriale viene spesso evocata e vagheggiata, nelle liriche d’impronta dialogica e prosastica che compongono la raccolta; l’intento di questo libro è spiegato in prima persona dall’Autrice: si tratta di un giocattolo, il regalo che, come donna cresciuta precocemente e precocemente caricata di responsabilità e di doveri, ella fa a se stessa.

Ed è in questa sincerità nel raccontarsi e nell’interrogarsi che si trova la preziosità di Emanuela, che scrive poesie da quando aveva nove anni eppure non ha mai pensato di fare una ‘carriera’ letteraria: ha sempre desiderato divenire medico e al tempo stesso interprete, ‘ossimoro vivente’, come ama definirsi, con disarmante auto-ironia, generosa sempre, sia nelle tematiche sociali e nell’attenzione agli ultimi e ai bisognosi, sia nella professione che ha scelto, quella di infermiera.

Abituata a prendersi cura di tutti coloro che ha intorno, nelle righe che compongono la raccolta, Emanuela si rivela a poco a poco, nei lampi d’intuizione felicemente lirica degli attacchi e delle chiuse poetiche, nella rinuncia a qualunque affettazione o tentativo di gareggiare virtualmente con l’arte della illustre genitrice, e soprattutto nell’esprimere continuamente una fecondità e una femminilità intensa, generosa, materna, che della maternità si fa emblema e portavoce.

Frequenti sono infatti nelle poesie di Emanuela i riferimenti alla dimensione materna, alla nascita, al parto, alla lacerazione che porta alla meraviglia di una novità incommensurabile, al contatto fisico, al sorgere di una nuova vita e alla tutela della vita già esistente; commuoventi sono le descrizioni dei bambini-soldato ai quali è stata sottratta l’infanzia; schiette e potenti sono le affermazioni di solidarietà verso i deboli e i poveri: “Per tanto o poco che ho una moneta te la dò”, come dice in apertura della lirica Carità.

Molto interessanti sono anche le liriche dedicate alla dimensione domestica, alle cure della casa, e alla famiglia, alla sorellanza: di particolare rilievo, a questo riguardo, è anche l’ottima Prefazionedella sorella Barbara Carniti, che giustamente definisce la stesura di questo testo ‘una catarsi‘.

Sì, perché in Chirurgia d’affetto Emanuela affronta ed enuclea con precisione quasi da sala di anatomia le emozioni e gli affetti coltivati in tutta la vita e taciuti a livello pubblico.

Sono rivoli di emozioni vibranti quali la solitudine, più esistenziale che fisica; la ricerca di un orizzonte di senso del vivere; i bagliori suggestivi della luna e dei silenzi notturni che fanno da sfondo all’amore e alla nostalgia di una quiete e di certezze più agognate che realizzate.

Ed è nella pluralità di toni e di modi, dalla semplicità colloquiale alla ricerca di una maggiore sostenutezza formale, come anche nella assoluta lealtà descrittiva dei dubbi e degli interrogativi di fronte a un presente che è così denso d’incertezze, e, soprattutto è nella comprensione e nell’attenzione ai disagi e alle mille povertà figlie della precarietà dei nostri giorni che si ritrova, in Emanuela, un’Autrice che vale la pena di scoprire, una figlia che ritrova la propria madre e la reinventa, ricreandola nella memoria e nel dialogo ideale, ora che è adulta e che ha saputo costruire una vita in cui ha sempre brillato e brilla di luce propria, nell’amore e nella bontà che ha sparso intorno a sé e che la rivela come mente capace di amplissimi spazi e che nel contempo sa essere senza sentimentalismi un’autentica e viva voce del cuore.

                                                      Ilaria Celestini

Brescia, 14 Dicembre 2014