Articoli di critica letteraria

Alda Merini: la prima produzione poetica – di Ilaria Celestini

(mio articolo tratto da “Il Fatto Teramano“, diretto da Maria Cristina Marroni)

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Poetessa, moglie, madre, finissima intellettuale, amante appassionata della vita ed esploratrice degli abissi più segreti dell’anima: poche donne hanno vissuto e rappresentato nelle proprie opere la condizione femminile con l’intensità di Alda Merini (Milano, 1931 – 2009).
Per questo, nelle riflessioni tematiche intorno alla ricorrenza dell’Otto Marzo, sembra particolarmente importante una rilettura dei testi e dell’esistenza della Signora dei Navigli,  soprattutto delle raccolte poetiche degli esordi, meno celebri rispetto a quelle della piena maturità, eppure già eccellenti ed emblematiche della sua poetica, sotto il profilo stilistico e contenutistico.Ripercorrendo le tappe principali di questa sua prima produzione, all’interno del peculiare contesto storico e biografico che la caratterizza, possiamo notare che della sua infanzia si hanno poche notizie, se non che Alda, bravissima a scuola e già sovrabbondante di talento, si sentiva “pochissimo compresa” dai suoi, che pure amava, come lei stessa ebbe a dire, di un amore “assoluto”. [1]In un’intervista a Cristiana Ceci del 2004, la poetessa raccontò di aver fatto da levatrice alla madre, a soli dodici anni. [2]Prima ancora che dalla malattia e dal conseguente susseguirsi di ricoveri ospedalieri, il tormento esistenziale di Alda Merini sembra derivare dall’esperienza di una bocciatura alle prove di ammissione al liceo classico, che lei, che pure aveva affrontato con esemplare coraggio le difficoltà del periodo bellico, sembra aver vissuto come una tragedia devastante [3] .La poetessa rileva, infatti, che, a seguito di quella delusione, ebbe “le prime manifestazioni di quello scompenso nervoso che doveva sfociare quasi per sete di equilibrio in forme di poesia personalissime…”.Questa sconfitta sembra averle pesato al punto da rinnegare apparentemente, sul piano espressivo, la propria femminilità, lei che amava sottolineare il proprio essere donna con abbondante e personalissimo uso di smalti, rossetti e monili, caratterizzando in modo indelebile la propria immagine, con grande acume comunicativo, anche in questo caso, assai in anticipo sui tempi.

Alda, infatti, nei testi, amava definirsi “poeta”, al maschile, non, come ci aspetterebbe, “poetessa”, quasi a rivendicare una dignità che si è vista negare a livello sociale, recuperandola sul piano lessicale, alla pari con quelli che Montale chiamerà i “poeti laureati”.

La ferita del mancato titolo di studio era destinata a sanarsi, almeno in parte, solo a due anni dalla morte, nel 2007, con il conferimento della laurea ad honorem in Teorie della comunicazione e dei linguaggi, presso l’Università di Messina.

Per tutta la vita, dunque, ella soffrì di quello che Ambrogio Borsani ebbe a chiamare “un esasperato senso d’inadeguatezza [4] .

E’ nel contesto di questa profonda sofferenza interiore che, forse, è possibile comprendere la prima produzione poetica di Alda Merini, che inizia nel 1953, con la raccolta La presenza di Orfeo (Schwarz, Milano), preceduta da due eventi di particolare rilievo: la crisi mistica del ’46, a quindici anni, e la frequentazione del circolo letterario di Giacinto Spagnoletti, intellettuale milanese, e degli autori che vi si davano convegno, tra i quali lo scrittore Giorgio Manganelli, primo amore della poetessa.

A quindici anni, Alda scrisse a un monastero di suore svizzere, la cui superiora rispose invitandola alla prudenza, circa un’eventuale vocazione alla vita consacrata; nella poetica meriniana è puntualmente presente un fortissimo sentimento religioso, in cui si mescolano misticismo e carnalità, sacro e profano. Inoltre, costante nella produzione della poetessa è l’attenzione per i poveri, i diseredati, gli emarginati e gli ultimi, in piena sintonia con il messaggio evangelico.

Nel circolo di Spagnoletti, Alda ebbe modo di ampliare le sue conoscenze letterarie: oltre ai classici della grecità antica, scoprì i contemporanei, in particolare Campana e Rilke, e, grazie a Manganelli, anche l’area anglosassone.

La prima raccolta di poesie di Alda Merini, La presenza di Orfeo, ebbe così il privilegio di essere letta e apprezzata dai maggiori intellettuali dell’epoca, tra i quali spiccavano Pasolini, che la recensì sulla rivista Paragone, Salvatore Quasimodo, che nel ’58 la collocò in un’antologia poetica da lui curata, per conto dell’editore Schwarz, Piero Chiara e Luciano Erba, che, a loro volta, la inserirono nella silloge Quarta Generazione.

Le ventidue liriche di questo primo libro recano titoli quali: La Vergine;Confessione; La caduta; Luce; S. Teresa del Bambino Gesù, che sembrano testimoniare di quel lontano impulso adolescenziale alla consacrazione, ma che al tempo stesso possiedono una eccezionale forza espressiva, pienamente adulta.

Basti osservare l’inizio della poesia che apre la raccolta: “Se tutto un infinito/ha potuto raccogliersi in un Corpo/come da un corpo/ disprigionare  non si può l’Immenso?” (Piccoli canti); oppure la terza lirica: “Tu mi domandi per sempre/ma io non ho vita continua/ti nutrirei di attimi soltanto” (Confessione); o, ancora, la parte finale della sesta poesia,  Lettere: “Mi hai suscitato dalle scarse origini/con richiami di musica divina/mi hai resa divergenza di dolore/ spazio per la tua vita di ricerca/ per abitarmi il tempo di un errore”.

Qui si trova già tutta la potenza prorompente della Merini matura, le cui poesie sono celebrate a livello internazionale, con le immagini audaci, gli accostamenti di parole e di aggettivi insoliti e contrastanti, la fortissima e continua tensione tra spirito e materia, tra passione e ragione, tra sogno e realtà. L’autrice qui ha appena ventidue anni. Ed è solo l’inizio.

Ilaria Celestini


[1] – (Per questi riferimenti si rimanda a Poesia Italiana Contemporanea, a cura di Giacinto Spagnoletti, Guanda, Parma 1959, citato nella Prefazione di Ambrogio Borsani alla raccolta meriniana Il suono dell’ombra – Poesie e prose 1953 – 2009, Mondadori, Milano 2010).

[2] – (E’ possibile approfondire questi cenni biografici consultando il sito ufficiale di Alda Merini, curato con amore e grande accuratezza dalle figlie della poetessa; qui interessa solo evidenziare la precocità della sua maturazione, umana, prima ancora che intellettuale, e, nel contempo, anche tematica, dato che il tema della maternità sembra attraversarne in maniera ricorrente le opere poetiche, come si evince, ad esempio, in maniera eclatante, dalle liriche dedicate a Emanuela, Flavia, Barbara e Simona, la sua amatissima progenie.)

[3] – (Ne fanno menzione Maria Corti, nell’Introduzione a Alda Merini,Vuoto d’amore, Einaudi, Torino 1991, e Ambrogio Borsani, nella Prefazionealla raccolta delle Opere sopra citata, e lo ricorda la stessa Alda, nella nota biografica alla raccolta antologica di Giacinto Spagnoletti del ’59, cui si è accennato sopra.)

[4] – (il riferimento è tratto dall’opera citata poc’anzi).